VIAGGIO IN PROVENZA

VIAGGIO IN PROVENZA

L’anno scorso, proprio in questi giorni, lasciavo Parigi. Dopo mesi di studio e tartare, bistrot e croissant, viali immensi e grandeur francese, sentivo più che mai la mancanza dell’Italia. Mi mancava il mio piccolo borgo, le sue villette a schiera, la cucina di mamma, il bar di fiducia, la pasta al pomodoro e le piccole cose. Insomma, mi mancava l’essenziale e non vedevo l’ora di ritrovarlo. Invece di varcare il confine delle Alpi sull’aereo, decisi di tornare in auto attraversando la Provenza e arrivando a Ventimiglia. Avrei riabbracciato l’Italia partendo dal mare.

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Nei miei sogni da bambina, lasciti romantici di documentari in prima serata, la Provenza era terra selvaggia dove galoppavano cavalli non sellati, bianchi come la neve. Lì, avevano costruito casette di mattoni per le fate, tra campi di lavanda e timo. Il cielo avorio, all’orizzonte il mare, questa regione era per me un mondo di pastori e coltivatori di fiori, abbazie e forni, dove si preparavano biscotti alla vaniglia e crostate. Ero curiosa di scoprire la verità e la verità non deluse le mie aspettative. In questa regione tornai bambina e, appoggiata la testa sul cuscino dopo aver camminato per ore, tornai a sognare.

Papaveri e palazzi ocra, un lungomare con lampioni in ferro battuto, un salice centenario, mercati dai mille colori, pesche, ciliegie mature, mandorle tostate e alberghetti in riva al mare. Dopo una breve tappa a Ginevra, arrivai a Nîmes al tramonto. Dalla finestra dell’hotel, si vedeva il sole calare sull’arena romana. La luce batteva sulle pietre, facendone luccicare le venature, gli alberi intorno erano nuvole verdi scosse dal vento. Mangiai patate e baccalà nella piazza principale che mi ricordava la Spagna e il calore iberico. Sul far della sera, mi incamminai nelle vie secondarie e sbucai in un giardino illuminato dalla luna. Verso il cielo, sventolavano papaveri gialli come lanterne di carta pesta.

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Dopo Nîmes, mi spostai a Les-Saintes-Maries-De-la-Mer, un borgo marittimo che si affaccia sul Golfe du Lion.  Tra le file di palme e la spiaggia, c’è un gruppo di case basse e bianche e un baretto in legno: il caffè dei poeti. La proprietaria, mentre mi serviva spremuta d’arancia e fette di melone, mi raccontò leggende e riti del paese, mi descrisse feste gitane e processioni e mi appuntò sull’agenda una ricetta tipica: vongole sale pepe e crema di patate.

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Poi fu la volta di Gordes, una rocca che sembra stare in bilico sulla cima e dondolare coi venti del sud. Qui i papaveri sono rossi, coi pistilli grassi e il gambo di velluto. Ogni porta ha il suo fiore: rose, grappoli di glicine, mazzi di girasole, vasi di maiolica pieni di viole, edera rampicante. Città di fiorai, cuochi e cappellai, Gordes è piccola, bellissima e in salita. Dalla strada, alzando gli occhi, Gordes si affaccia sulle mura come un grande castello.

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Di Aix-en-Provence, invece, ricordo una piazza gialla circondata da platani. C’era un mercato meraviglioso che visitai mentre mangiavo i calissons: confetti di pasta di mandorle, ricoperti di glassa fruttata.

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Infine, giunsi a Marsiglia, dopo aver fatto tappa ad Arles. Marsiglia, profumata e dolce come i suoi saponi colorati, mi lasciò grande nostalgia. Fu l’ultima città provenzale che visitai e fu come partecipare a un caotico girotondo. Al porto si parlavano mille lingue e le sue strade lunghissime mi ricordavano festival multietnici. Era il mondo in un puntino. Comprai sacchetti di lavanda e l’essenza della regione. Sperai, una volta a casa, che bastasse il suo profumo per non dimenticarla.

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