VIAGGIO A DUBLINO

Questo è un testo del 2009, anno del mio primo vero viaggio. Un mese a Dublino, in Irlanda. Sono partita per studiare l’inglese e sono tornata che avevo imparato tutt’altro.

Ma questo è il bello delle partenze: una città scritta su un biglietto aereo che è come un tatuaggio che non va più via.

Dal mio diario. 

24 Gennaio

Si chiudono le porte di un’elementare prospettiva e si fissano le scene su una nuova pellicola. Questa volta ha una filigrana fin troppo lucida per essere sporcata ed è per questo che ricomincio da zero.

Il taxi sa dove andare, io un po’ meno ma per fortuna è solo il primo dei miei cento passi.

Intanto qui sereno perenne, una bambina dalle lentiggini e un cartellone pubblicitario dipinto di verde con due parole a caratteri cubitali che sembrano parlarmi: SAYONARA BABY.

L’Irlanda mi ha rapita.

Mi ha dato il benvenuto e poi mi ha lasciata qui, davanti ad una casetta di mattoni rossi al numero 12 di Finsbury Park, Churchtown, Dublin.

Ho l’indirizzo scritto su un foglietto di carta e lo ripeto meccanicamente nella mia testa come se avessi paura che mi voli via, per colpa di questo freddissimo vento del nord.

Suono il campanello e dalla porta si affaccia la ridente Camilla, la signora che per un mese mi farà da host mother e mi coccolerà a pan cakes e cibi piccanti.

Camilla è un fiume in piena e di fronte al mio Inglese titubante, la sua lingua mi appare un mostruoso gomitolo di suoni spezzati. Abituata a ospitare ragazzi da ogni parte del mondo, ha elaborato una tecnica di comunicazione tutta sua: si fa capire a gesti ed espressioni teatrali che la rendono simpatica nella sua vestaglia rossa.

Mi mostra la mia camera: quattro mura color mandarino, la classica moquette verde e una finestra che si affaccia su un cortile fiorito che diventerà presto il mio scorcio d’Irlanda preferito.

Mi siedo sul letto, una volta rimasta sola, e mi accorgo che, nonostante la stanchezza, l’adrenalina mi sta corrodendo. Sono sola, senza genitori, parenti, amici, senza un cellulare che squilla o vibra di continuo, senza Internet, senza impegni, senza studio, senza monotonia e abitudini arrugginite.

Mi sento libera e questa sensazione la sento e la ricordo ricordo ancora oggi, a ogni mio viaggio, quasi ne sentissi il profumo.

30 gennaio

L’Irlanda mi ha fatta innamorare.

Le giornate sono infinite, sotto ogni punto di vista.

Infinitamente lunghe: il mio BlackBerry suona alle sette e un quarto e mi mostra un cielo lattiginoso, fra le cortine bianche della finestra e un sole pallido che fa capolino.

Sento il rumore dell’acqua, il bagno occupato della mia coinquilina francese, e mi godo altri dieci minuti di sonno sotto il mio piumino, assaporandoli a più non posso sapendo le ore fredde che mi aspettano. E’ fine gennaio e Dublino brucia di freddo: i bambini sono nascosti sotto berretti di lana da cui spuntano occhi azzurri fra una spruzzata di lentiggini. Visi ovali con le labbra screpolate dai venti d’Irlanda. Li guardo sempre, mentre cammino per andare a scuola e mi sento come loro, perchè qui ho trovato la forza di stupirmi ancora.

L’odore acre del caffè che sale mi fa tornare alla mia lunga giornata, mi vesto e scendo a colazione. Camilla prepara pane integrale con burro e marmellata su piatti di ceramica blu, aspetta che mi sieda e recita una rapida preghiera, fedele alle sue cattoliche tradizioni irlandesi. L’atmosfera è rilassata, la BBC recita le notizie e io mangio con calma, come non facevo da tempo, data la mia vita da studentessa pendolare fra Monza e Milano, sempre di fretta come un treno in corsa. 

1 Febbraio

Le giornate sono infinitamente mutevoli.

Fredda e ventosa ma sempre instancabile, Dublino mi fa camminare con il naso all’insù.

Il suo cielo non stanca mai, nemmeno di notte, quando mostra il suo manto color cobalto puntellato di stelle. Ieri sera sono uscita, avevo appuntamento alla fine della via con una ragazza italiana, che abita a due numeri civici da casa mia, in Finsbury Park. Stretta nel mio cappotto pesante, sono arrivata in ritardo e lei era lì, ad aspettarmi, con una treccia bionda e due iridi color nocciola.

Abbiamo raggiunto la Luas, parlando del più e del meno, cosa studi? Dove abiti? Com’è la tua famiglia? E ci siamo unite a un gruppetto della scuola, un pugno di mondo sulla banchina del treno. Seduti su alti sgabelli, intorno ad un tavolo rotondo, ci siamo scambiati progetti, luoghi e volti. Fra le storie romantiche di Giorgia, persa sui colli romani in motorino con il suo grande amore, la birra stillata in bicchieri giganti e cioccolatini fondenti con ripieno di menta ho sentito ogni dettaglio andare al suo posto, ogni pregiudizio sociale sciogliersi nei portacenere di vetro al centro del tavolo.

A bit of the whole world in a small green island.

Cause the world is the peolpe, everywhere they are.

Dublin told me that secret.

Accanto a noi un ragazzo suona una chitarra scordata.

A fine serata, ritorniamo nelle nostre villette a schiera, io e Giorgia unite fino alla porta di casa a parlare fitto fitto di noi, una volpe silenziosa alle nostre spalle.

Ricordo questo primo incontro come fosse ieri e, ancora oggi, vedo quella sera sotto una luce speciale: mi ha regalato la mia migliore amica, cercata in lungo e il largo e poi trovata lì, a riempire i miei spazi bianchi.

14 Febbraio

Oggi è San Valentino. Io e Giorgia abbiamo camminato sorprese, perdendoci nello shopping centre di Grafton street che sembrava un mazzo di fiori colorati, con tutti quei cuori di cartoncino svolazzanti. Un fiume di rosso e di dolcezza: canzoni d’amore suonate da artisti di strada fuori dalle vetrine dei negozi. Sulla Luas gruppetti timidi di ragazzi con scatole di cioccolatini e sorrisi stampati sul volto.

16 Febbraio

Siamo al Gravity Bar, panoramico bar che si affaccia su una Dublino nuvolosa e ovattata che si mostra a 360 gradi. Scrivo seduta su una poltrona di pelle e sbircio attraverso il bicchiere per trovare lo scatto migliore del momento. Il bar è all’ultimo piano della Guinness Storehouse, un edificio ha forma di pinta della celeberrima Guinness, la birra scura più famosa d’Irlanda.

Mancano circa dieci giorni alla partenza, le amicizie si sono consolidate, la birra è ormai quasi dolce e il tea con latte e cookies è ormai un’abitudine giornaliera. L’Irlanda si intrufola piano piano e non va più via: abbiamo trascorso il week end a Phoenix Park e con il treno abbiamo raggiunto le località più a nord. Ho scattato milioni di foto perchè ogni squarcio di cielo era un pezzo da pittore espressionista. Il mio amico indiano ci ha fatto da guida e ci ha portate su una spiaggia ventosa. Io e Giorgia ci siamo sedute in silenzio a guardare la spuma delle onde infrangersi sugli scogli. Non servono parole quando il panorama ti fa sentire impotente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

24 Febbraio

Scrivo sempre meno spesso perché la vita dublinese mi riempie le giornate e mi mangia le ore. A scuola ogni giorno è una nuova conoscenza, il pomeriggio vola fra le strade senza nomi, Temple Bar e i musei d’arte. Poi ci sono i break da Starbucks, le chiacchierate infinite sulle scale del sontuoso Trinity College e le gite nei grandi parchi presenti ovunque. Sotto gli occhi di Oscar Wilde e l’obelisco che domina O’connelly street, mi perdo nelle luci tremolanti della sera. Arrivo a casa infreddolita e affamata, Camilla si diletta in cene estrose, dal pollo al Curry la cui ricetta arriva da un’ospite indiano, alla più tradizionale Apple Pie, da cui sono ormai dipendente. Le giornate scorrono in una serenità respirabile, la sera spesso io e Giorgia ci troviamo appena fuori casa, sconfiggiamo il freddo sedute vicine e ascoltiamo la musica dividendoci le cuffie, perse in una notte senza rumore.

In questi momenti penso a quanto le piccole cose, nel luogo adatto e con le persone giuste, possano assumere significati indelebili. Siamo noi due, gli occhi gialli della volpe là lontano, una bajure accesa che filtra dalla casa di fronte, l’odore del terriccio bagnato.Mangiamo le nuvole che sembrano panna e siamo felici. Ascoltiamo il mare dalle conchiglie,il vento dalle foglie e le voci dalla strada. Questo è tutto e, a diciannove anni, penso basti.