UOMINI CHE SCAPPANO

Un incontro assurdo, parte 2

Tammy mi racconta che è nata a Milano, un giorno in cui pioveva talmente tanto che lei sentiva le gocce nella pancia. Mi dice anche che sua mamma partorì dopo sei ore di agonia perché lei non voleva uscire. Sapeva già cosa l’aspettava.
A un anno capì che la sera era meglio stare zitta sotto il tavolo, succhiando i plasmon fin quando non sentiva l’ultima briciola sciogliersi sulla lingua. Dall’imbrunire, con le tapparelle abbassate, in casa sua volavano piatti, forchette, mele a volte bicchieri e ciabatte.
Suo padre era sempre troppo ubriaco, sua mamma da sempre troppo bella.
Aveva i capelli rosa dalla nascita come lei, il suo nome era Bianca.
Era stata una ragazza felice, nata nella campagna svizzera, trasferitasi a vent’anni a Milano per fare la modella. Aveva incontrato suo padre a una festa. Lui, fatto di cocaina, le aveva promesso amore eterno un minuto dopo la prima stretta di mano.
Ci era cascata, era italiano.

Si amarono molto, lui smise di drogarsi lei di fare la modella. Andarono a convivere dopo sei mesi e trecento tira e molla ma erano fatti l’uno per l’altra, come ripeteva lei alle amiche che la chiamavano dalla campagna. La passione, in quegli anni, era miccia fra la paglia e bruciava tutto, persino il letto. Quando lui la minacciò di ustionarla perché lei era tornata tardi.

Bianca e Alfio si amavano così, se poi di amore si trattava, con ogni centimetro di pelle, compresa quella bluastra dei lividi. Su e giù, sopra e sotto, arrotolati insieme come due gomitoli rotolanti verso la distruzione. Prima di toccare il fondo, Bianca scoprì di essere incinta. Lo disse ad Alfio mentre facevano l’amore con le finestre aperte. Lui la scansò poi saltò giù dal balcone.