UN GIORNO A SIENA

Entrare a Siena è un po’ come tornare indietro nel tempo. La città è grande borgo medievale, le strade sono lunghe e strette e le case a mattoncini: un po’ rosse, un po’ marroni e di quel bell’arancione quando la sera, sulle colline tutt’intorno, tramonta il sole. A quell’ora Piazza del Campo si riempie di giovani, coppie, turisti e bambini. A parte gli ultimi che fanno a gara a chi percorre più veloce il giro della piazza, correndo a perdifiato in salita e in discesa, gli altri passeggiano come sulle punte, sorseggiando a canna da una bottiglietta d’acqua, un occhio alla cartina, uno alla bellezza, una mano alla fotocamera e l’altra ad indicare: la torre del Mangia, il Palazzo pubblico, i balconi e le bandiere, le vetrine piene di dolciumi e panforte alle mandorle, burro e frutta candita, zenzero, cannella e noce moscata.

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Siamo seduti sul muretto del gelataio all’angolo, il nostro preferito, quello che i tavolini rossi all’ombra delle bandiere e i simboli delle contrade tutt’intorno. Qui si nasce e muore con gli stessi colori: il rossobianco della giraffa, il gialloverde del bruco, il cremisi della torre, il biancoceleste dell’onda, il nerorossobianco della civetta, il rossogiallo con liste turchine della chiocciola e poi tutti gli altri. E insieme, turbinando, da mattina a sera, formano sulla città un grande arcobaleno e tutto l’anno aspettano il palio e lo scalpitio caldo degli zoccoli sul terreno.

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Quel giorno anche dai pozzi al centro delle corti, dove l’edera si arrampica sul ferro arrugginito, escono coriandoli e note di tromba, urla, battiti di mano, grida d’eccitazione, fazzoletti svolazzanti e braccia tese. Tutto si trasforma, tutto si fa corteo e carnevale, tensione e liberazione, testa e cuore perché niente avvicina e divide i senesi come quei fantini con la schiena abbassata sul dorso dei cavalli, i piedi sulle staffe e l’elmetto calato sulla fronte.

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Eccoli allora, stretti in un abbraccio infinito di odio e amore, le mani sulle ringhiere, le orecchie tese per captare i nitriti e gli sbuffi prima della partenza della gara e poi pronti a sostenere la propria contrada fino all’ultimo centimetro di percorso. E intanto oltre le mura, la placida campagna, di quel verde speranza che mette d’accordo tutti e non fa sconti a nessuno: le sue piccole meraviglie consolano anche i vinti. Il vino scorre dai grappoli d’uva, l’olio medica le sconfitte.