Sono pazza di te. E tu lo sai.

Me ne sono resa conto dopo.

Dopo aver mangiato un disgustoso pesce pieno di lische.

Dopo aver fatto la coda al bar dell’università, aver preso tre libri in biblioteca, essermi fermata tra Eco e Calvino, indecisa tra Ammaniti e Benni,

dopo essermi seduta accanto a una tipa che aveva il singhiozzo e scartava un Kinder Bueno studiando Bloch. Dopo un paio di ciao, dopo quattro ipotesi sull’età della signora, dopo essere scesa a Nation, dopo aver riflettuto se comprare banane o mandarini alla bancarella davanti ai tornelli.

Dopo aver tirato dritto una volta visto il fruttivendolo con le mani lerce.

Me ne sono resa conto dopo.

Dopo i due minuti a piedi dalla stazione a casa, dopo aver incontrato un cinese che usciva dall’Ufficio postale, il panettiere che trascinava i sacchi di farina, un bambino che beveva coca cola facendo rumore con la cannuccia. Dopo aver notato che la sua faccia era un campo di lentiggini e che gli occhi stavano in mezzo come due macchioline. Dopo aver constatato che il mio frigorifero era vuoto, aver fatto la spesa al Dìa, pesato le zucchine, comprato uova, pollo, frutta secca, gallette di riso e una cassa di Evian.

Dopo aver acceso il bollitore per scaldare l’acqua, aver mangiato scaglie di cocco e pezzi di mango evitando le uvette, aver aperto la finestra della camera e aver visto le nuvole virare a sinistra, l’orologio della Chiesa scoccare le 16:40, le antenne dritte come aironi in attesa.

Dopo l’ultima rondine all’orizzonte, il quinto sorso, una mano a mezz’aria e gli occhi sul tavolo.

Dopo tutto questo ho realizzato. Al capolinea delle coincidenze, con la tazza di caffè sul tavolo e il cielo ingombrante di Parigi a peso morto sul mio petto, sono rimasta sola con queste quattro parole e la lucida convinzione che le puoi provare tutte e dico tutte ma cinquecento eserciti non sono niente contro un solo soldato del cuore.

 

Sono pazza di te. E tu lo sai.