PARIGI, ROY LICHTENSTEIN

Fragole gommose dentro damigiane di plastica, mongolfiere di carta che pendono dal soffitto, tele con gigantografie di dittatori ridenti, nella vetrina seguente una maglietta gialla con la scritta: je vous aime tous, vi amo tutti. Oggi ci troviamo d’accordo. Sotto la pioggia, sotto il cielo sporco di ottobre, anche le facce pallide dei parigini sembrano più rilassate. Nelle pozzanghere, un po’ di dolcezza, sugli spicchi degli ombrelli addirittura un poco di calore.

C’è profumo di incenso che mischiato all’odore dei ciottoli bagnati mi ricorda il tuo profumo, quello del cuoio d’Africa, delle pesche, della sangria. Il rivolo di fumo viene da un rametto speziato tenuto da un Buddha d’avorio, grasso, grosso e pacifico come gli anziani d’India. C’è un clown di strada che fuma nella pausa tra due spettacoli. Poi riprende, gonfia i palloncini, fa le boccacce, si pulisce la bocca rossa e raduna una piccola folla di bambini e adulti. Un circo all’aria aperta che vale un sorriso di pubblico e un panino da McDonald con le monete raccolte nel cappello. A pochi passi, l’intreccio di tubi e trasparenze del Centre Pompidou impone ordine al caos della piazza. Quando lo guardo tutto di ferma, i bambini che lottano, il bongo del musicista di colore, lo sbattere d’ali dei piccioni, la folla di turisti sotto gli ombrelli.

ROY LICHTENSTEIN

Giallo, bianco, blu, rosso. No sfumature, giochi di luce, ombre, assenza di grigio scuri, colori pastello. Zero tinte tiepide. Solo un contrasto di figure, di labbra perfette, ciglia lunghe e nere, lacrime grasse, capelli gialli. Lichtenstein dipinge senza mezzi termini e sembra che la sua mano d’artista non abbia mai conosciuto un tremore o un cedimento. I limoni in “Artist’s Studio, the Dance” sono gonfi e perfetti come palloncini ad elio, sono gialli ma di un giallo primario, il giallo del sole dipinto dai bambini. C’è un barattolo, forse dello zucchero, tre camelie azzurre, una nota musicale e mezza, un cesto di vimini, pennelli sparsi. Dietro questa natura morta, due figure senza volto danzano, la musica entra dalla finestra socchiusa, forse è estate e la notte è limpida e i corpi sono tesi e le mani unite e i muscoli sotto sforzo.

I limoni e le foglie sono una costante di molte tele di Roy ma sono l’unico pezzo familiare di queste sale asettiche. Le vere protagoniste, nei quadri come nella vita, sono le donne riprodotte in primo piano,  quelle glamour del sabato sera, della lacrima facile, dall’acconciatura plastica, col guanto bianco e, sulla bocca rossetto Chanel.  Attrici e spettatrici esagerate dei loro drammi e melodrammi. 

Mentre sono qui, seduta a scrivere, accanto a me una coppia giapponese e dietro una bambina che lamenta sete e sonno, penso che talvolta le espressioni artistiche possono insegnarti più che morali e  prediche.

Se la vita fosse davvero questa, tutta racchiusa nelle nuvole di un fumetto, nei giganti masterpiece, nel clamore newyorkese dei taxi rombanti, vivremmo come attori su palcoscenici emozionali. E forse a volte sarebbe pure meglio, non cadere nella tentazione di domande e sottigliezze, dubbi e spiegazioni ma accontentarci degli uomini che siamo e saremo, immortalati in un paio di vignette gialle e blu, limitati ad una frase che riassuma tutto: “Oh, Jeff…I love you, to…but…”