Parigi, métro

Suonano nei métro e le note si perdono nelle gallerie di Chatelet
mentre la vita sopra di loro scorre senza accorgersene.

Le monete nei cappelli, la frutta sui banchi, gli spicchi di un’arancia, la polpa dell’avocado, la buccia ruvida delle nocciole, la spazzatura negli angoli, chiazze di birra, sudiciume sui muri, locandine di film dove qualcuno ha colorato i denti della protagonista. Parigi è bianca sopra e nera sotto, una prospettiva urbana che si riflette sulla sua anima.

Come cambia la realtà quando la si guarda da qui.  Scese le scale mobili, pioggia e sole rimangono esclusi e il tempo è scadito da ombrelli bagnati o buonumore. Se è nuvolo, puoi vedere le solite facce, una giacca di pelle, la sciarpa sul collo, berretti di cotone, la carnagione bianca. Se c’è il sole, spunta qualche sorriso. Le banchine sono popolate dai clochard, popolo sottoterraneo che dorme con la testa sulle seggiole verdi e il corpo avvolto  in coperte prese chissà dove. La disperazione sottile, lo zoppo e l’ubriaco, la vecchia pazza e il giovane, le occhiaie viola, le narici spappolate dalla coca, mozziconi, sacchetti, tappi di sughero e il vino acido per ingannare il tempo. Prostrati nell’indolenza e nella noia, esibiscono il cinismo in un’interminabile sala d’attesa e guardano i treni che passano senza però salirci mai.