PAESI SOTTILI COME NASTRI

Talora è come se il viaggiatore riemergesse dal buco nero della propria personalità e restasse quasi sospeso dalla direzione in cui lo portano i suoi passi, rivelandogli patrie del cuore a lui stesso ignote.
Le voyage, ha detto un pazzo parigino, pour connaître ma geographie.

Claudio Magris

I miei viaggi mi lasciano sempre ricordi brucianti come cicatrici e in momenti inaspettati riemergono come epifanie.

Magris dice bene, quando parla di patrie del cuore. Il mio muscolo cardiaco da viaggiatrice è ormai mappato; puntellato da luoghi e volti, simile a una grande bacheca di sughero.

Appendo, sostituisco e archivio pezzetti di vita che mi hanno accompagnata in questi anni e che fanno del mio Io un chiassoso torrente di lingue e ricordi.

Con una compagna da sempre fedele, la macchina fotografica, una moleskine torturata a matita e una valigia piena di tutto e niente, sto tenendo fede all’imperativo Viaggiare.

Nove lettere e più di mille fotografie che portano con sé ritagli dicielo, una casa spoglia, una bambina dagli occhi color menta al ciglio della strada, paesi sottili come nastri e inverni brumosi.

Parto allora da qui, dalle storie che ho incontrato sulle vie senza nome: sono queste, il mio tesoro più prezioso.

Sevilla

Sevilla ancora mi svolazza intorno come un’ampia e colorata gonna di Flamenco.

Me la ritrovo dappertutto, mora ballerina caliente, e il suo profumo di stoffa grezza e caramello mi resta lì, un pelo sotto la linea del naso. Arrivo da lei, ospite straniera, un’alba torrida di agosto.

Lla terra andalusa mi accoglie in un miscuglio di aromi che ancora oggi, al ricordo, mi stordisce.

Alloggio in un hotel incastonato in un angolo del centro, un cancello in ferro battuto decorato a camelie rosa.

Lasciate le valigie in stanza, mi immergo nell’afa sevillana per una rocambolesca ricerca di una stanza dove alloggiare.





“Da lontano sembrava austera, con il suo tracciato spagnolo di strade parallele e trasversali ma da vicino aveva il fascino della sorpresa” Isabel Allende così descrive e io, ancora una volta, faccio parlare lei.

Il centro storico della città custodisce scrigni preziosissimi: ogni angolo è un autentico piacere per gli occhi e le mani restano incollate alla macchina fotografica.

La Cattedrale con il campanile della Giralda svetta fra le nuvole basse, dama vanitosa fra piazzette e facciate bianche, tipiche delle case spagnole.

El Arenal, Alameda, Macarena, la Juderia, Triana, Barrio Santa Cruz: ogni quartiere svela la sua storia, sussurra le sue leggende e i religiosi segreti.

Cammino di patio in patio: cornici che custodiscono fontane di ceramica blu e piante grasse dai vasi di terracotta. Ogni sguardo è un un fermarsi e ripartire.

Non c’è mai vento e gli alberi dai frutti maturi si piegano stanchi verso terra: fanno ombra nelle soste ma i 37 gradi di agosto si attaccano alla pelle.

 





























 

Attraversando il Guadalquivir sembra di entrare in una nuova città.

Triana, orgogliosa della sua identità, si inchina fedele alle sue tradizioni: gli azulejos di questo barrio, ceramiche colorate minuziosamente, decorano pareti e stradine e sono l’orgoglio artigianale della città.

Mi investe l’aria di questo quartiere popolare, che ricorda i nostri paesini del sud, con anime silenziose e anziane sedute fuori dalla porta di casa, bambini che corrono, note di flamenco provenienti da una stanza da ballo lontana, marinai e vasai d’altri tempi.

Occhi di gitana.

Pues, todo recto en Calle San Jacinto y despues a la izquierda…y despues…bueno entiendes?

Con indicazioni più o meno chiare e un indirizzo scritto a matita ai bordi della cartina ormai rovinata dalle mani umide, imbocco la giusta calle.

L’appartamento spagnolo è all’ultimo piano di una casa stretta e lunga, tipica di questa zona. Si arriva alla mia stanza salendo una scala di marmo e poi, attraverso una porta, si accede alla terrazza.

È un sì immediato e convinto mentre mi affaccio alla veranda e l’aria andalusa mi inebria le narici: fiori d’arancio, gelsomino, panni stesi e limone. 

Moleskine, 27 novembre:

Ci sono mille strade che portano alla felicità, alcune tanto strette che puoi passarci solo di profilo e in punta di piedi. 

Qui, a Triana, ne ho scoperte alcune talmente incastonate fra file di case che quasi non le vedi. 

Ogni giorno, da quel 27 di agosto in cui ho scelto la mia nuova casa, mi perdo in giri di parole spagnole e labirintici quartieri.

Mi perdo ma poi, ritrovo sempre la mia strada.

Talvolta il numero civico non corrisponde e il ragazzino che mi guarda fra le cortine spesse della sua finestra non è il mio vicino ma uno sconosciuto, curioso come un gatto.

Come faccio a dire che quella strada è la mia?

Perché, mentre la percorro, sono felice.

Sono straniera in una terra straniera, dove ogni viso è una scoperta, ogni via errata una nuova sfuggente forma di realtà.

Qualcuno diceva che perdersi è un po’ come ritrovarsi, io dico che viaggiare è la chiave per farlo.

Le voyage, ha detto un pazzo parigino, pour connaître ma geographie.