NODI CHE NON SI SCIOLGONO PIÙ

A Parigi piove. 

Non ho nemmeno una penna per scrivere ma non ho tempo di cercarla, altrimenti mi sfugge l’ispirazione. 

Siedo di fronte alla finestra della mia stanza, un campo minato di gocce che fanno a gara per arrivare alla base. Scarto una tavoletta di cioccolato, soffio sulla stagnola i pezzi sbriciolati e li premo sui polpastrelli. Li lecco via.

-Questo è un momento per pensare- pensare al fatto stesso di pensare, come un cane che si morde la coda fino a sanguinare. Mi fermo in tempo, cerco un temperino per affilare la punta e ricomincio. 

–Ci vuole semplicità- mi dico, cominciando da come guardo questa finestra. 

Ci vedevo il riflesso di me stessa ora scruto il palazzo di fronte. Rue de Faubourg de Saint Antoine, edificio bianco, balconi in ferro battuto, quarto piano, seconda vetrata a destra.

C’è un salotto con un lampadario a forma di luna, un uomo seduto solo. Tiene la testa appoggiata sul palmo sinistro e con l’altra mano ripete un gesto nervoso: sposta l’indice e il medio verso l’alto, il pollice si tende e le dita sembrano formare un tre. Di scatto, stringe il pugno, manda gli occhi al cielo e sbuffa.

Mentre stacco un altro pezzo di cioccolato, intingo nell’acqua la bustina di tè. Gioco un po’ col filo perché mi sembra un aquilone che sta affogando. Intanto continua a piovere, così tanto che il ticchettio irregolare mi disturba. Appoggio la fronte al vetro per vederci meglio. Quarto piano, seconda finestra a destra. Nel salone ben arredato, dietro all’uomo, c’è una donna in piedi. La sua posa, con le spalle spioventi sembra portare tutto il peso del lunedì, un moderno Atlante che sorregge il mondo.

Insieme, guardano Parigi lavarsi le colpe dai marciapiedi e forse fanno lo stesso. 

Lui, con quel tre che rappresenta il numero delle sue relazioni. 

Lei, che non sa scegliere se buttare via il cuore o le parole.

Nel mentre, la città riempie gli spazi e parla per loro. Lungo le strade dritte, dove ci si perde fra angoli ottusi e gradini smussati, cercano in silenzio il coraggio di parlare per primi. 

Eppure, talvolta, la vita è fatta di nodi talmente a livello rasta, che non si possono sbrogliare se non tagliandoli di netto. Dispiace sì quando, per colpa di un nodo, è un’intera ciocca a cadere ma spesso è meglio trovarsi con una chioma meno folta ma più lucente. Una metafora che servirebbe per ogni cosa e soprattutto per gli affetti: via le opacità, via le radici marce, via i mezzi rapporti che si attorcigliano su se stessi. 

Mi viene in mente un’immagine di me bambina in vacanza in Toscana: mia mamma che mi scioglie i capelli lunghissimi con un pettine di legno e guardandomi dallo specchio mi dice: “saresti più bella se li tagliassi un po’, i nodi poi non si sciolgono più”. Ci ho messo del tempo a capirlo ma ora forse ce l’ho fatta.