MERCI STORE E L’INCANTO DEL DESIGN

A Parigi i posti magici possono spuntare dietro l’angolo. Senza cartina e senza indirizzo, ci si ritrova intrappolati in qualche ostrica cittadina e, naturalmente, si incontra la perla.
Non è solo questione di metafore: l‘aria rarefatta sopra ad essi resta appiccicata alla pelle anche mentre si beve del vino dolce o si mangia un dolce di pasta sfoglia, scendendo le scale del metrò.

Ogni tanto, per sbaglio o per fortuna, capita un giorno glorioso e si scopre il batacchio di bronzo a forma di chiave di sol, i filari imprecisi dei pioppi, la tigre disegnata sul muro.

Mentre la capitale si scrollava dalle tende la pigrizia della notte, camminavo nel Marais guardando le finestre strette, i fiori scoloriti e le vetrine di vecchie costruzioni. Arrivata a Boulevard Beaumarchais 111, nel cuore del quartiere, ho attraversato l’arco di mattoni rossi, scrostati dal tempo e mi sono ritrovata nell’atrio di Merci: il meraviglioso concept store parigino, un incanto di design, abbigliamento, lampade d’avanguardia, sedie deformi e candele che sembrano rose.

Una vecchia 500 rossa, con una tavola da surf sul tetto e la targa che recita M E R C I,  fa da guardia alla grande porta a vetri che anticipa il meraviglioso disordine all’interno. Si entra così in una vecchia fabbrica tessile, uno spazio su due piani, essenziale, bianco, scrostato dalle antiche stoffe e ristrutturato a tempio del design.
Canapa, blu ardesia, malva chiaro, avorio, verde oliva: gli oggetti esposti su tavoli di legno e mensole sembrano più opere d’arte che accessori prezzati. Il piano terra ospita capi d’abbigliamento alla moda, rayban dalla montatura maculata, borse di pelle vintage, profumi di cedro e geranio, pietre d’ambra.

Salendo le scale, si arriva in quella che sembra una grande sala da pranzo dal soffitto alto. Arredato magistralmente, ogni angolo ospita un tavolo, sedie di legno intagliato, uno spazio che riproduce un piccolo salotto: mi siedo su una poltrona che sembra un damigiana rovesciata e prendo un libro da una struttura che assomiglia a una palma piegata dal vento. I vetri verdi delle bottiglie fanno da vasi a camelie bianche, dallo stelo alto.

 

Sulla parete di legno pendono ragni di filo elettrico, tubi luminosi. Portamatite, lampadari e poi ancora tazze di creta, saliere di murano, lanterne di carta.

Un universo dove il dettaglio è la madeleine della moda, dell’oggettistica, dell’artigianato del nostro tempo.

Prima di terminare la visita e chiudermi alle spalle questa fabbrica di pezzi unici, mi sono fermata a bere una cioccolata nella librerie-bistrot del concept. Un cafè che ha un grande scaffale di volumi che fa da parete e pochi tavolini uno in fila all’altro. C’è un brusio che è un sussurro. Ho mangiato un crumble di mele e lamponi da sogno. Poi, prima di uscire, con ancora lo zucchero sulle dita, ho scattato una foto.

“Merci Paris, Merci beaucoup”