IN MY PLACE

Milano brucia.

La vita universitaria è un vortice che non si ferma e io ci sono dentro fino al collo.

Arrivo a Milano da pendolare, sempre di fretta, con una borsa pesante di libri e sogni, da ragazza di provincia pronta a salire sul treno delle occasioni.

Studio lettere moderne e vivo in un puntino di paese di una Brianza un po’ snob e pettegola.

Amo questo piccolo mio mondo come fosse uno di famiglia. 

Abito qui da sempre e nonostante viaggi, partenze e vacanze che mi portano lontano, ogni volta che il mio aereo passa le Alpi e sfiora nuvole italiane, mi si inonda il cuore di gioia.

Parlare di viaggi non significa sempre descrivere terre lontane e visi sconosciuti, ci sono movimenti che avvengono dentro di te e talvolta valgono più di mille chilometri.

I venticinque minuti di treno e i quindici di metro, che mi separano dalla grande città, sono un viaggio alla scoperta di gente che sale e scende dalla banchine del mondo. 

Quando appoggio la fronte al finestrino del treno, le mie orecchie sono pronte a captare suoni e pezzi di conversazione che creano un collage dell’Italia di oggi, fra bugie e realtà.

Quando la luce sibilante dei fari e la luce ovattata dei lampioni solleva la città, ci sono panchine che diventano l’orlo del mondo, dove c’è chi dorme, senza un futuro, e chi aspetta, nel groviglio delle speranze. Sulle panchine riposano e cominciano racconti che sono belli perché hanno un luogo che non è un arrivo, ma una lunga sala d’attesa per le storie della vita.

Il posto accanto a me è occupato da un musicista dai capelli bianchi che legge uno spartito intitolato “polvere di gesso” e mi racconta che la musica gli vibra nelle vene.

Sai mi dice, è la storia di tutti i maledetti musicisti. Studiavo in Russia e sognavo di diventare un grande compositore. Poi è arrivata la guerra e le mie mani piene di calli si congelavano a mezz’aria mentre dirigevo un’orchestra di morti di fame senza speranze né pane.

La musica è una maledetta prostituta, ti costringe ad abbandonarla perché è come un vizio ma poi ti urla a pieni polmoni di tornare da lei e, con una nota, ti seduce ancora ancora e ancora…

Mi alzo, cammino a passi veloci, passo da Mantova e torno a Treviso, mi fermo a Venezia e riparto per Genova: un viaggio di parole, di fogli volanti con nomi e cognomi,di numeri di telefono, pezzi di vita, ricordi lontani.

Tutto si avvolge nel sapore dolce di un caffè al ginseng offerto da una ragazza dagli orecchini di perla, in una casa bianca che sa ancora di Ikea. Si avvolge nelle innumerevoli ore buche ma mai state così piene, si avvolge in me, in te, in noi e, annodato il fiocco, ci scarta un altro regalo.

Un muro bianco che si riempie di graffiti, il colore ancora fresco di vernice sulle dita, l’odore si stravaganza e dei fiori sui capelli.

 

Vedo questa ragazza dagli occhi color dell’ambra che dipinge piccole tele seduta a gambe incrociate sulla riva destra dei Navigli.

Regalo pezzi di vita, mi dice. Ma come? Rispondo. 

Aspira da un drum che sputacchia tabacco e mi guarda interdetta. Non ti ha mai detto nessuno che un ritratto ruba pezzi di te? Io li rubo e me li tengo, osservo le facce per strada, gli uomini di fretta con le ventiquattro ore che pesano come macigni, i bambini zingari che rubano dalle tasche di signore truccate a festa alle due del pomeriggio.

Li rubo e me li tengo, ripete. Capito, rispondo io, dove li metti? Ce li ho da me, in una stanza piccola, un sottoscala fumoso che sembra una galleria di ombre e colori. Li guardo prima di chiudere gli occhi e mi addormento raccontando quello che c’era prima e c’è stato dopo.

La mattina mi alzo, recupero pennelli sparsi e una tavolozza di mio nonno pittore, sai… mio nonno citava Pissarro e credeva nei riflessi di fiume, e corro a rubare. 

Sono una ladra ma sono più ricca di tutti voi messi insieme.