HO VISTO

Sono partita per Macerata settimana scorsa. Giulia mi aspettava ad Ancona, al binario 1 e io non vedevo l’ora di rivederla. Alle 12 sarebbe arrivata anche Elisa poi, finalmente, ci saremmo riunite. Dopo un Erasmus a Parigi, fra tetti azzurri e mense scadenti, un capodanno a Bormio, due weekend tra Milano e Firenze, cercavamo un po’ di pace scendendo più a sud.

Avere amiche lontane è come scrivere un diario e poi rileggere le pagine ad alta voce. Quando ci si vede, si parla del tutto possibile, si ripercorrono le ultime vicende divertenti e complicate della vita. Si passa dall’amore alla famiglia, dall’università ai progetti, in un fiume di parole e volti che mescola passato, presente e futuro in un tempo senza fine. Ci si vuole bene così, oltre i chilometri, gli aerei e la distanza e i treni, la mancanza, gli addii e le promesse: siamo amiche vere, questo basta.

Io, Giulia ed Elisa, in viaggio verso Macerata, ascoltavamo brani di un’adolescenza così vicina da sembrare ieri ma così lontana da farci provare malinconia.  In preda ai pensieri, canticchiavamo in coro melodie pop mentre la radio sobbalzava sullo sterrato, nel sali scendi della campagna marchigiana. La musica sa rievocare momenti come lampi di luce che fanno male o bene a seconda di com’è il tuo oggi. Fuori, oltre il finestrino, e accanto a me sui sedili, c’era tutto quello di cui avevo bisogno. I miei ricordi riaffioravano lenti, pungenti come meduse ma anche dolci di dolore, sapendoli ormai trascorsi. Avrei voluto fermarmi a ogni curva e fotografare tutto ma ho optato per una galleria essenziale, se essenziale la si può chiamare, scegliendo fra i tanti scatti quelli che mi hanno emozionato di più.

Credits: Pencil&Moleskine

Ho visto campi di girasole come tappeti di lana gialla, con semi grandi quanto chicchi di riso. Elisa ci ha camminato in mezzo, il terreno molle la faceva sprofondare e nella foto sembra una bambina accanto a teste di mutanti, i petali sinuosi come ali, le nuvole degli ufo.

Durante la notte dell’Opera, serata in tema Aida organizzata per sponsorizzare il Macerata Opera Festival, ho visto sfilare carri egizi, abiti glitterati, faraoni in microfono, ballerine, chitarre e mandolini. Il corteo girava per il centro storico della città: un pugno di case cipria strette in mura medievali, piazze illuminate da lampioni grandi come lune, scale a picco sulla strada e balconi d’edera e glicine. Le donne in maschera battevano le mani facendo volteggiare le gonne, gli uomini inchinavano i cappelli e i bambini trotterellavano intorno in un grande Carnevale.

Credits: Pencil&Moleskine

Ho visto la Traviata, la mia prima opera lirica. Dalla mia posizione vedevo persino i movimenti delle gole, la linea delle labbra e i brividi del pubblico agli acuti degli attori. Mentre la luna sbucava a spicchio d’aglio nel cielo, lo sferisterio di Macerata brillava di luce propria. Il palco, ricoperto di specchi, mostrava due volte gli attori in scena e noi, estasiati spettatori. Talvolta anche la vita è meglio vederla di riflesso.

Ho visto anche, abbozzati in nota sul mio iphone e troppo lunghi da descrivere qui: un mare azzurroverderame, sassi levigati come confetti e mandorle sbucciate in frigorifero, terrazze mozzafiato, l’abbazia di San Nicola, affreschi puntellati d’oro, geroglifici e orchestre, spiagge bianche e panchine di legno, occhi grandi come noci e capelli sciolti pieni di sale, acqua ghiacciata, macchine bollenti, vasi di lilium e colli leopardiani, infiniti e sempre cari.

Ho assaggiato creme fritte, ragù di papera, baccalà e latte, paste e focacce e tiramisù e gelato al pistacchio, fritto misto e limone, strozzapreti ai frutti di mare.

L’ultimo punto sono i saluti alla stazione di Ancona. Il capo treno che fischia, un abbraccio a tre teste e le porte che si chiudono in un meccanico, artistico sipario.