Bambini rifugiati: come vivono davvero dentro Moria

DENTRO MORIA.

Siamo entrati a Moria, l’hotspot greco di Lesbo, oggi centro di detenzione dove i migranti vivono in condizioni di estremo disagio. Mesi dopo la visita del Papa, la rabbia di chi vive nel campo è esplosa: “siamo chiusi e isolati, come in gabbia, non siamo animali.”

“Sembrava che la tunica bianca del Papa avesse pulito un po’ di strazio ma qui non c’è mai pace”.

La strada per arrivare a Moria è sterrata, una lunga pennellata ocra in mezzo alla natura greca. Dopo aver passato Mytilini, capitale e porto principale dell’isola, ci si perde in chilometri quadrati di campi e tetti bassi poi, a un tratto, gli ulivi lasciano spazio al filo spinato. La macchia mediterranea cambia colore e le voci di Moria giungono chiare. Non c’è molto tempo: i controlli sono rigidissimi e, negli ultimi mesi, nessun reporter è riuscito a entrare per documentare la situazione estrema in cui vertono i migranti all’interno.

All’entrata di Moria, campo profughi a sud est dell’isola di Lesbo, c’è un anonimo cancello. Basta questa struttura in ferro a separare i numeri dalle persone e a fare da confine tra quiete e disperazione. Il cancello, presidiato giorno e notte dall’esercito, è la porta d’accesso a un inferno a cielo aperto; l’inferno di chi è scappato a piedi dalla guerra, con chili di bagagli sulle spalle e dopo la traversata in mare, una volta toccata terra europea, a Lesbo, in Grecia, si è visto rinchiuso in un centro di detenzione. Moria, dopo l’avvio dell’applicazione dell’accordo tra UE e Turchia sull’immigrazione, è infatti questo: un luogo che doveva essere d’accoglienza ma che è ormai una prigione per chi ci finisce dentro. Esercito su ogni lato, polizia, sbarramenti, filo spinato ovunque, vietato muoversi senza essere sorvegliati a vista. Qui, i migranti vivono allo sbaraglio, con bambini che dormono nel fango e adulti arrivati allo stremo, “si vive su pezzi di giornale e ci sono code di quattro ore a colazione, pranzo e cena. Ci avevano detto -troverete l’Europa-, abbiamo trovato un muro e delle sbarre”.

“Sapete perché sono qui?” ci dice un rifugiato siriano “per la libertà di parola, di espressione.Invece, ora che sono arrivato, mi è negata più che in Siria. Nessuno ci ascolta, nessuno ci informa. Quando è venuto il Papa hanno bloccato gli speakers perché temevano che sentendo la sua voce si creassero agitazioni.” Poi, abbassando gli occhi: “Europe, what happened to you?”

Il paradosso è proprio questo: nel cuore della civiltà europea, in Grecia, le persone che arrivano da zone di guerra ed estrema povertà come la Siria, ma anche l’Afghanistan, il Pakistan, lo Yemen, vengono blindate anzi, subiscono un trattamento che lede i diritti umani fondamentali. A Moria, i minori non accompagnati sono addirittura rinchiusi in un’area di massima sicurezza, isolati dal resto del campo. Senza nessuno, stanchi, affamati e arrabbiati, dopo scioperi della fame, proteste e persino alcuni tentativi di suicidio, hanno dato libero sfogo alla loro rabbia: un gruppo di loro ha aperto un buco nella recinzione (il luogo è totalmente blindato) e ci sono stati scontri violenti con la polizia, lanci di lacrimogeni, un incendio e dei feriti. Il crescendo di tensioni è all’ordine del giorno a causa delle condizioni precarie, per non dire disumane, in cui vivono le persone all’interno.

Ex base militare, grandi blocchi di cemento e spiazzi geometrici che s’incontrano tra le vie, il campo di Moria ha una capacità di circa 800 posti: questo numero oggi è pura utopia. Le presenze non scendono mai oltre i 2.500 residenti per arrivare, nei giorni peggiori, anche a 10.000 persone accolte. Attualmente, siamo a 2.700-3.000 residenti. Alle lunghissime file per una tazza di tè, si aggiungono la totale mancanza di assistenza medica e legale, i servizi di scarsissima igiene e cibo non sufficiente. I pochi volontari rimasti non possono esporsi perché rischiano arresti, le proteste vengono messe immediatamente sotto silenzio con la forza e anche le associazioni umanitarie sono state costrette a lasciare il centro. Il sistema di accoglienza è ora privo di qualsiasi coordinamento.

I migranti meno sfortunati vivono nelle tende e nei container. Gli altri si sistemano lungo le recinzioni con in cima il filo spinato o sotto gli alberi, stesi con teli su sassi e radici, adagiati senza riparo su coperte che usano come tappeti: qui, lasciate le scarpe ai margini, si sdraiano, dormono, mangiano, allattano, riprendono fiato. Il giorno è caldo, la notte umida, la sete costante, la speranza sempre più flebile. “Le condizioni sono disumane, stare a guardare senza poter fare niente è frustrante. Siamo a Lesbo, siamo in Europa: questa situazione non è tollerabile” si sfoga così Giorgia Linardi, legal advisor di Sea-Watch, ONG tedesca che opera nelle acque del Mar Egeo.

 

Moria
(Ph. Federica Mameli) www.federicamameli.com

Poi, ci sono i bambini. A Moria sono tantissimi. Neonati, di tre anni, di sette, ragazzini, adolescenti, dell’età dei primi denti, delle prime parole. Qui, purtroppo, alcuni presto impareranno altro e senza che nessuno glielo insegni: sono molti infatti i minori non accompagnati. Il fenomeno dei bambini soli, di cui spesso si perdono tracce, è di criticità assoluta e la domanda, non retorica, dei volontari a Moria è sempre solo una: che ne sarà di loro? Non si sa. L’unica cosa che si conosce con certezza sono i dati. Impressionanti.

Secondo l’organizzazione Save the Children, il 27% del milione di rifugiati del 2015 aveva meno di 18 anni: 270.000 bambini e ragazzi di cui almeno 10.000, stima al ribasso, potrebbero arrivare a 25.000, sono arrivati in Europa abbandonati a se stessi.

Reclusi, senza possibilità di movimento, a Moria alcuni hanno pennarelli regalati dai volontari. Quando trovano un foglio disegnano quello che hanno davanti: spirali di filo spinato e alte colonne grigie. Sotto una frase: “We want to go to Aten”.

Questa però non è Atene. È Moria, dove l’Europa sembra morire ancora prima di nascere.