ABITARE A PARIGI

Quando abitavo a Parigi gironzolavo spesso per la città senza una meta precisa.

Amo le grandi metropoli anche per questa ragione: non importa dove vai, conta la strada che percorri. Tanto trovi sempre qualcosa che ti aspetta dietro l’angolo, come il destino.

La ville lumière sembra nata proprio per questo: accoglierti, ammaliarti e travolgerti anche se stai uscendo di casa per andare a prendere una baguette e ti basta attraversare la strada per farlo.

abitare a Parigi

La boulangerie era proprio di fronte alla mia residenza, dovevo solo scendere le scale, aprire la porta bianca che dava sul largo marciapiede di Faubourg de Saint Antoine, aspettare che il semaforo diventasse verde, entrare nella panetteria, resistere al profumo di burro dei croissant appena sfornati, pagare, salutare e tornare indietro.

Poi però capitava che uscissi di casa proprio alle cinque e che affacciandomi alla finestra per sentire la temperatura, vedessi il sole sciogliersi languido dietro i tetti azzurri dei palazzi. I camini ancora accesi sbuffare fili bianchi, le luci dei salotti spandersi come macchie di fuoco, il viale alberato, enorme e maestoso, scuotersi insieme alle fronde dei faggi.

E allora correvo giù dalle scale ma nella aiuola erano sbocciate le primule, il ciliegio non era più scarno ma grasso di boccioli e una bimba si spingeva con le gambe avanti e indietro sull’altalena gridando: “Mamà, mamà guarda come sono in alto, lecco le nuvole”.

Alla boulangerie avevano appena sfornato le crostatine ai lamponi, avvolte nella carta vaporosa, morbide solo a guardarsi. Cercavo di resistere ma cedevo sempre. Mi sedevo sulla panchina con le mani a barchetta, il frutto di pasta frolla nel mezzo, naso e bocca in estasi.

Per concludere, come nei film più romantici, Parigi non deludeva sul finale: un carretto di fiori, attaccato a una bicicletta passava di lì.

A quei tempi, mi bastava vedere e vedere significava vivere. Perché la vita è fatta di attimi fuggenti, sguardi odori e parole che formano piccoli quadri.